Alla fine, il Partito Democratico ha ammesso la netta sconfitta e gli errori fatti: la Buona Scuola, la contestatissima riforma Renzi-Giannini, il Jobs act. Il mea-culpa del Pd nel post Renzi, svoltasi a Roma il 12 marzo è iniziata con la lettura del commiato del segretario democratico, peraltro assente.

Renzi: mi dimetto, ma non mollo

Le parole scritte dall’ex premier sono chiare: “Ho ricevuto email bellissime in questi giorni – scrive Renzi –  Mi scuso se non riuscirò a rispondere a tutti uno per uno come vorrei”. “Paolo però merita un’eccezione. È un ragazzo molto giovane, straordinario, che combatte contro la Sla”.
L’ex segretario democratico pubblica la lettera in cui il suo sostenitore gli chiede di “ritirare le dimissioni” e gli domanda: “Ma perché ti sei preso delle responsabilità che tu non hai? Guai a te se la dai vinta a quei franchi tiratori dei finti amici, che pur di fare un dispetto al comandante della nave, hanno forato lo scafo, dimenticandosi che c’erano a bordo anche loro. Fai pulizia in casa, caccia via chi non ti merita e poi vedrai”, conclude Paolo.
“Ecco la mia risposta”, dice Renzi: “Caro Paolo, mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Io non mollo, ma soprattutto non mollare tu! A tutti quelli che mi hanno scritto chiedendomi di non mollare rispondo nello stesso modo”.

Martina sarà il suo sostituto fino alla formazione delle Camere che si terranno il 23 marzo, e conferma la loro volontà di non allearsi con MS5. E chiede a Mattarella di non eliminare del tutto l’idea di un Governo di Scopo.

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